Premio letterario "C'ERA L'ACCA (fuori dal disagio)" Perugia

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE (cesvol e Associazione ALEA L'ESSERE ARMONIA -Perugia)
C'ERA L'ACCA (fuori dal disagio)
I edizione 2010
3° classificato ex equo
nella sezione: Racconti brevi editi o inediti
IN TERAPIA SUB-INTENSIVA " 
 
La terapia sub-intensiva è un reparto in ospedale dove i bambini sottoposti ad interventi chirurgici devono stare poi per un certo periodo. I primi giorni sono attaccati ai macchinari, hanno fili dappertutto, non importa quanti anni hanno, stanno lì senza la mamma e sono affidati alle cure delle infermiere ventiquattro ore su ventiquattro. Ma vengono curati  e anche coccolati.
Per poter vedere i genitori si devono aspettare le 15.30, si entra un o alla volta, mamma o papà. Nella stanza non puoi tenere il cellulare o l'orologio, quindi stressi le infermiere per chiedere che ore sono e aspetti con ansia le 15.30.
Le giornate a volte sono lunghe e noiose, ma il peggio è quando non puoi alzarti dal letto perchè i macchinari non te lo permettono.
Mattia ha sedici anni, è stato operato alla testa perchè ad un tratto una valvola aveva smesso di funzionare. Durante l'intervento gli è stato messo il drenaggio in testa, quindi lui era bloccato a letto.
Io avevo dodici anni quando fui sottoposta a una biopsia: passarono dal naso per arrivare alla testa. I dottori non potevano farmela direttamente perchè il rischio era molto9 alto. E poi, due bei tamponi nel naso, tanti fili collegati ad una macchina, aghi nelle braccia e nel collo per fare i prelievi e anche io ventiquattro ore su ventiquattro a letto.
Infine Cecilia, nove anni, operata di tumore al cervello, anche lei con il drenaggio in testa.
Nella cameretta di fianco c'erano i piccoli: un bambino di otto mesi, a cui dovevano allargargli le ossa della testa per far sì che il cervello avesse spazio per crescere; una bambina di due anni operata di tumore alla testa e un altro bambino piccolo, sempre con gli stessi problemi.
Spesso i piccoli piangevano perchè volevano la mamma, venivano coccolati, fatti giocare, ma nulla. La mattina, prima di essere visitati dai dottori tutti venivano lavati, cambiati e pettinati. Alle femmine le infermiere facevano delle belle codine.
Verso le dieci di mattina, si sentiva bussare alla finestra (che veniva aperta solo alle cinque di sera per permettere agli altri familiari di vedere e salutare i bambini), era sempre mio padre, che salutava tutti e tre, e se per caso io dormivo, Mattia mi chiamava sottovoce. Riuscivo a sollevare un po' il pollice per far capire a papà che andava tutto OK. Ogni giorno, papà rischiava di essere mandato fuori dall'ospedale, ma meno male che non è mai stato beccato, tutto succedeva in cinque minuti.
Di pomeriggio arrivavano tutti i genitori. Entravano a turno, un'ora i papà e un'ora e mezza le mamme, o viceversa. Tutti vestiti con camici, cuffie e copri scarpe; prima di entrare tutti dovevano lavarsi bene le mani. I genitori portaano caramelle e thè per tutti. Quando entravano le mamme i papà andavano dietro il vetro e papà faceva mille smorfie per far ridere tutti.
I giorni passavano e una notte la testa di Mattia a cominciato a sanguinare. Venne portato giù, in sala operatoria, e operato d'urgenza per togliere il drenaggio.
Anche a me vennero tolti i tamponi, e fui staccata dalle macchine. Potei almeno alzarmi anche io.
L'unica ancora a letto era Cecilia, ma tutti la facevano stare bene. Mattia si impossessava sempre del telecomando, e questo a me e a Cecilia non piaceva per niente.
Dopo pranzo, quando Mattia faceva il suo riposino, io mi alzavo silenziosa dal letto e gli rubavo il telecomando dal comodino, così potevo mettere i programmi che più piacevano a me e a Cecili8a.
La sera, dopo cena, quando i piccoli dell'altra stanza piangevano e non volevano calmarsi, le infermiere li mettevano sui passeggini e li portavano da me e Mattia, che facevamo a turno per dondolarli e farli calmare. Ora potevano andare tutti a letto tranquilli.
In questo reparto, dell'ospedale, si soffre ma si riesce a vivere con allegria, coccolati dalle infermiere e aiutandosi l'uno con l'altro.
Mattia, Cecilia ed io ci siamo incontrati di nuovo dopo un paio di mesi; Mattia e Cecilia sono guariti, ma io dovevo affrontare ancora l'ultimo traguardo: dovevo partire per Boston per combattere il mio tumore.
Dopo un anno sono guarita anch'io, ma rimane comunque la mia malattia rara, Sindrome di Ollier, che mi porta spesso in ospedale per visite e controlli. E ogni volta a conoscere nuove storie e bambini.
So che dovrò far fronte ancora a tante cose, ma mi sento forte e pronta ad affrontare tutto con serenità e aiutare chi sta peggio di me.
Con tutte queste esperienze sono dovuta crescere prima del tempo, ma ho capito che a volte basta poco per rendere felici gli altri, soprattutto i più piccoli che vivono queste situazioni dando loro un abbraccio o una semplice carezza.
 
Narbolia, Aprile 2010
Chiara Marongiu
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La semplicità delle parole e dei contenuti - a volte molto significativi - sembrano lasciar trasparire la fase di crescita adolescenziale di chi scrive Terapia sub-intensiva. La ricchezza di particolari sarebbe anche segno rivelatore che il racconto non sia frutto di invenzione, bensì narri qualcosa che è accaduto realmente. In questo contesto, la sofferenza e la solitudine sono avvertiti ancor più drammaticamente proprio perchè riguardano ragazzini e bambini nel pieno del loro fiorire alla vita. Una realtà sempre presente e toccante, come lo sono certamente pure altre, che è doveroso tenere sempre in considerazione. Tuttavia, emerge una grande carica umana che fluisce in un messaggio di incoraggiamento e di speranza per chi vive situazioni di consistente disagio.
Il Presidente del Premio C'era L'Acca
dottor Luciano Pellegrini